La mongolfiera di Gambulaga

Sostanzialmente ho due buoni propositi (o progetti) per quest’anno.

Uno – destinato quasi certamente al fallimento – è cavare fuori qualcosa da un duduk che mi ha portato l’amico Svarion dall’Armenia. Il punto è che per suonare il duduk occorrono non solo delle mani ben più grandi delle mie, ma un fiato smisurato, come si intuisce guardando i più celebri suonatori di questo meraviglioso flauto di albicocco, che producono melodie celestiali con l’espressione facciale di uno che sta spostando un macigno. Al momento, però, mi mancano sia le mani, che il fiato.

L’altro progetto, altrettanto privato, è terminare l’albero genealogico della mia famiglia, progetto che mi vede a buon punto. Dopo la morte di mia nonna Iride, infatti, ho messo insieme vari materiali già realizzati da altri parenti, potendo ricostruire così un enorme albero geneologico, il cui centro è mia figlia Emma (si vedono i rami familiari mio e della mia compagna), a cui rimane.

I materiali raccolti li ho schematizzati e trasformati, con un po’ di pazienza, in un grande disegno a mano: un albero, appunto, che sintetizza moltissimo la quantità di informazioni in mio possesso. Ci sono stati dentro solamente i nomi e le date di nascita, mentre terrò a parte una certa mole di informazioni ben più appassionante, che racconta di costoro chi erano e un po’ di cose della loro vita.

E’ un albero genealogico di gente comune, ma è in qualche modo uno spaccato del paese. Gli avi più remoti sono braccianti, casalinghe, fattrici, piccoli commercianti, ferrovieri, mentre in tempi più recenti appaiono medici, insegnanti, fisioterapisti, laureati.

Un buon ramo della mia famiglia viene dal Sud Italia, da cui si è spostato a Rovigo nel primo dopoguerra, facendo tappa a Genova. Un altro ramo viene dal ferrarese ed è arrivato in Polesine ben dopo il secondo dopoguerra. Poi c’è un ramo polesano, sparso originariamente tra Arquà Polesine, Pontecchio, Frassinelle e altre località. E, per contrasto, ci sono i miei familiari che sono andati a vivere all’estero e un paio di “familiari acquisiti” che sono venuti dall’estero in Italia.

Anche le sole date raccontano storie: ad esempio, c’è una vera e propria ecatombe nel 1919, l’anno della Spagnola. Significativa, perché falcidia parenti in famiglie diverse, ma anche perché, ad un certo punto della storia, vi si trova un intero nucleo familiare (figlio e genitori) annientato dall’influenza.

I dettagli biografici, le professioni e le passioni, i luoghi di nascita e quelli in cui sono vissuti, le tragedie e i lieti eventi li ho annotati in un file a parte, in attesa di riordinarli con calma, dandogli una dimensione narrativa.

Siccome per me la privacy è sacra, qui nomi, cognomi e cazzi vari delle persone citate li ometto. (Nell’immagine sotto, il progetto dell’albero senza i nomi delle persone coinvolte).

Sull’albero ci sono diverse forme di vita, tra cui l’immancabile scarafaggio. E c’è una mongolfiera. Questa è una citazione: in quell’appassionante e purtroppo logorroica saga che è “Il mulino del Po” appare per poche righe un signore di Bologna, partito da Ferrara con una mongolfiera e infine incagliatosi contro un albero a Gambulaga. Leggendo questo passaggio, mi sono chiesto se Bacchelli avesse voluto citare un fatto di cronaca o abbia inventato questa minuscola storia di sana pianta.

La mongolfiera incagliata sul ramo familiare di mia nonna, poco sopra lo sconosciuto avo Bartolomeo Zucchini (1820-1882), originario appunto di Gambulaga, sta lì perché lì i rami dell’albero genealogico si perdono nel vuoto. Lassù, dove le informazioni sulle varie discendenze svaniscono nella memoria, resta solamente la gioia – e un po’ la malinconia – di immaginare chi fossero gli uomini e le donne che sono venuti prima di quell’epoca neanche tanto lontana. In quel vuoto, tra le nuvole, le cronache e la fantasia inevitabilmente si mescolano senza soluzione di continuità.

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