Metadone #4 – “L’ultima ridotta”

Metadone” è il ciclo di raccontini che pubblico qui, per alleviare l’astinenza di quei quattro o cinque lettori de “Le mille verità”, che mi chiedono da tempo un nuovo romanzo. Eccone, che potrebbe essere un abbozzo, in vista di un romanzo ambientato in un futuro distopico.

“L’ultima ridotta“. La chiamavano così, la sezione del partito ormai senza nome, in cui si erano dati appuntamento i reduci dell’ultima disfatta della sinistra italiana.

Erano in sei. Quanto rimaneva delle diciotto sigle con cui la sinistra si era presentata alle elezioni, sfracellandosi forse in modo definitivo. I tempi erano maturi, si erano detti tutti, per unire la sinistra sotto un’unica sigla, in grado di rappresentare quelle forze della società civile che si opponevano alla destra razzista e fascista.

C’era, tuttavia, una prima tappa da affrontare: trovare un nome. Nelle ultime sei o sette tornate elettorali, infatti, le varie scissioni della sinistra avevano prodotto una cinquantina di nomi, che non avrebbero più potuto essere utilizzati, se non a rischio di scontentare i reduci delle altre liste, ciascuno convinto che il proprio nome fosse il migliore. Serviva, dunque, un nome tutto nuovo.

L’illuminazione la ebbe il compagno Fulvio Arnaldo Camisotti: “Ehi, compagni, che ne dite di Ordine Nuovo?”.

L’assemblea ebbe un breve momento di titubanza, poi esplose in un’ovazione. “Bellissimo!”, “Geniale!”, “Mirabile sintesi!”, “Con questo spacchiamo!”, furono le reazioni più calorose raccolte dalla proposta.

Il compagno Nereo Alfieri, che alle ultime elezioni militava in una lista opposta a quella di Camisotti, si sentì tuttavia in dovere di puntualizzare: “Mi sembra azzeccatissimo, perché così citiamo anche Gramsci”.

Chi non era troppo convinto era il più giovane compagno Livio Barion. Giovane per modo di dire (aveva comunque 66 anni), alle precedenti elezioni aveva guidato una lista autonoma, scelta resa indispensabile dalle incolmabili differenze di vedute con le altre liste. “E se ci chiamassimo Forza Nuova?”, propose deciso, trovando che quel nome fosse più moderno.

“Troppo moderno”, brontolò il compagno Boschi (si noti che alla riunione erano tutti maschi), sempre molto puntiglioso. Lui, disse, restava poco convinto anche del primo scelto, che trovava troppo sintetico e, di conseguenza, poco chiaro: “Sarebbe più d’impatto una cosa tipo Partito per l’Ordine Sociale Nuovo delle Masse Contro la Restaurazione Capitalista Attuata dall’Ultraliberismo ai Danni del Neoproletariato Operaio e Precario” e andò avanti per altri cinque minuti. Lo lasciarono dire.

Intanto, il giovane Ugolino Baraldi (67 anni) aveva proposto di valutare un’alternativa: “Che ve ne pare di Avanguardia Nazionale?”. Mah. Boh. L’assemblea si mostrò poco convinta. “Mi sembra loffio”, borbottò Boschi. “Poi, semmai, Avanguardia Internazionale”, puntualizzò Barion.

Alfieri aveva continuato a spremere le meningi e scarabocchiare su un foglietto di carta, finché le sue sinapsi non ebbero espulso un’idea assolutamente geniale. Serviva, si era convinto, la completa rottura con la formula del partito, accostandosi invece alle dinamiche e alle pratiche della società civile: un movimento, per dirla con una parola. Poi, bisognava guardare alle fasce più deboli della popolazione, invertendo la rotta rispetto a decenni di tagli al welfare. Ecco: “Propongo di chiamarci Movimento Sociale Italiano”, sbottò, fiero.

L’assemblea era incerta. Ordine Nuovo piaceva molto a Camisotti e anche a Boschi, che però non disdegnava anche Movimento Sociale Italiano, anche se lo trovava ancora troppo sintetico. Alfieri disse che non disdegnava neppure Forza Nuova, ma non voleva immettere elementi di rottura nell’assemblea. Si decise di sospendere i lavori, per consentire una riflessione più serena, approvando tuttavia un documento in cui si sottolineava l’efficacia, la qualità e l’originalità di entrambe le proposte più apprezzate, scartando invece la terza.

“Forza Nuova non è male”, pensò invece Alfieri, “Ma al massimo lo teniamo per la prossima scissione”.

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