Parlare di informazione libera nella casa di un mafioso

Avevo in mente fin dall’inizio di fare di ogni presentazione de “Le mille verità” un evento a sè stante. Ecco perché finora ho coinvolto persone diverse per ogni incontro.

Con Nicola Cappello abbiamo ideato il vernissage all’Arci di Rovigo come una sorta di recital. Con Natascia Celeghin abbiamo realizzato una presentazione più canonica, ma in sintonia con la manifestazione “Veneto legge” che ci ospitava. Per il terzo appuntamento mi ha invece affiancato Tommaso Moretto, con il quale è venuto spontaneo centrare l’incontro soprattutto sul tema dell’informazione giornalistica.

Il contesto si prestava particolarmente: in questo caso, eravamo ospiti del Centro documentazione polesano, nella sua nuova sede di Salvaterra, all’interno della Casa della Legalità e della Cultura, un bene confiscato alla criminalità e destinato a finalità sociali.

Tommaso, l’ho già scritto e detto, è un giornalista rigoroso e con la schiena dritta. Siamo partiti dalla trama del libro, dunque, per chiacchierare sulla professione giornalistica, sugli ostacoli alla buona informazione, sulla responsabilità di informarsi e su molto altro. Avevamo una scaletta, in verità, ma siamo andati a ruota libera per un’oretta, di fronte ad un pubblico sparuto, ma partecipe.

Abbiamo raccontato di come basta poco perché la finzione del libro tracimi nella realtà: fa la differenza la verifica della notizia, che però spesso richiede ore o giorni di lavoro. Un impegno non sempre compatibile con tempi frenetici o semplicemente la voglia di sbattersi di giornalisti in genere scarsamente pagati. Da tutto questo, del resto, ero partito nel costruire la folle trama del libro.

Dato il contesto, ci hanno chiesto di parlare anche di libertà di informazione, tirando in ballo il caso della testata in faccia ricevuta da un giornalista della Rai durante un servizio sulle elezioni a Ostia. E’ stata l’occasione per ricordare come ai professionisti dell’intimidazione, in verità, bastino strumenti molto meno cruenti e spettacolari. Ad esempio una telefonata a chi si occupa di raccogliere le inserzioni pubblicitarie.

Per la prima volta abbiamo parlato anche dei racconti che Paolo, il protagonista principale della vicenda, scrive e poi cestina. Mi ha fatto piacere, perché quei raccontini, nati come divertimenti scollegati tra di loro, hanno finito per avere un’imprevista coerenza con i temi al centro del libro, raccontando in modo grottesco una società sempre più atomizzata, egoista e ottusa, in cui ciò che è pubblico è in declino, sostituito dall’interesse privato, in cui impazzano voglie di federalismo e autonomia, e in cui per portare avanti le proprie convinzioni (anche legittime e fondate) si finisce per chiudersi in ghetti e zone confortevoli.

Nelle foto: io, Tommaso Moretto e Remo Agnoletto del Centro Documentazione Polesano. 

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