Buone notizie per tutti quei cittadini, politici e giornalisti quotidianamente ossessionati dagli immigrati: gli stranieri abbandonano il Polesine. Come del resto un po’ tutti gli abitanti della terra tra i due fiumi.

Non è esattamente una novità, ma il calo demografico della provincia di Rovigo meriterebbe un’attenzione e un’apprensione analoghe a quelle riservate per temi cruciali come le buche nelle strade, i parcheggi in centro storico e l’insediamento di qualche centinaio di richiedenti asilo in un territorio di 1.819 chilometri quadrati. I dati, accessibili a chiunque voglia cercarseli sul sito dell’Istat, descrivono il Polesine con la crudezza dei numeri: siamo rimasti in 238.588 ad abitare da queste parti, circa 1.800 in meno rispetto all’anno scorso. Da qualche anno, la popolazione polesana cala dappertutto.

Perfino nel capoluogo gli abitanti sono scesi in un anno da 51.625 a 51.901. E idem ad Adria, Lendinara, Porto Viro, Castelmassa e in altri “grandi” comuni. La popolazione cala o stagna nei piccoli comuni. Buone notizie, invece, da Calto: il più piccolo comune polesano in 12 mesi è passato da 735 abitanti a (tenetevi forte) ben 736 abitanti. 

Veniamo agli stranieri. Mentre i polesani si aggiravano circospetti per le strade, intimoriti dall’invasione di extracomunitari gridata a titoli cubitali dai quotidiani, i cittadini stranieri residenti in Polesine se la filavano alla chetichella. Da gennaio a dicembre dell’anno scorso sono calati da 18.664 a 18.331. Se 661 non sono più stranieri perché, semplicemente, hanno ottenuto la cittadinanza italiana, ben 1.500 e rotti sono semplicemente andati altrove.

Se guardiamo poi all’età di chi è rimasto, scorgiamo all’orizzonte un esercito sempre più nutrito con i capelli bianchi (tutti polesani doc, tranquilli). Gli over 65 sono cresciuti (evviva!) da 58.795 nel 2015 a 59.425 nel 2016. E abbiamo pure una settantina di centenari. Per contro, i giovani (15-29 anni) sono calati da 31.654 a 30.939 nello stesso arco temporale. Ci aspetta un futuro di tornei di burraco e giornali letti al bar.

A cosa ci serve sapere tutto ciò? Ad esempio a chiedersi perché, in un capoluogo in cui la popolazione cala di anno in anno, misteriosamente si continuano a cementare nuove aree residenziali a ridosso della città, mentre il centro storico si svuota. E a chiedersi se non sia questo (e non il corso aperto o chiuso al traffico, oppure gli orari della movida) il motivo per cui i negozi del centro storico sono in affanno.

O più in generale a chiedersi se questo crollo demografico, a livello provinciale, non dovrebbe essere in cima alla lista delle preoccupazioni di chi amministra un comune o la moribonda provincia. Perché meno abitanti significa anche meno tasse, dunque meno servizi per chi resta (e quindi più buche nelle strade, sì, cari). 

E quindi, no, la “emergenza” non sono i 40 profughi in arrivo in Polesine, che non sconvolgeranno i nostri equilibri demografici. Resteranno giusto il tempo (interminabile, ma non per colpa loro) di ricevere una risposta alla loro richiesta di asilo. E poi se ne andranno altrove. Che ci restano a fare, in una provincia piatta e spopolata?

Annunci