Sabato scorso l’Avis Provinciale ha eletto Barbara Garbellini alla guida del coordinamento per il prossimo triennio. Qualche settimana fa, anche l’Auser Provinciale aveva eletto la nuova dirigenza, guidata da Marinella Mantovani.

Stiamo parlando, nel caso dell’Avis, della più grande associazione della provincia, che rappresenta migliaia di donatori di sangue e 52 Avis. E per quanto riguarda l’Auser, è la seconda realtà del territorio per dimensioni, con una trentina di circoli e molti servizi indispensabili rivolti agli anziani (trasporto sociale, consegna della spesa a domicilio, attività ricreative, ecc.)

Due tra le più consistenti realtà di volontariato della provincia hanno scelto una donna alla propria guida. A margine, ricorderei che la Fidas, l’altra grande associazione di donatori di sangue presente nel nostro territorio, da diversi anni è guidata da una donna, Roberta Paesante.

E’ un notevole cambio di passo, se si guarda ai dati sul ruolo delle donne nel volontariato. Le donne sono il 52% della popolazione italiana sopra i 14 anni, ma appena il 45% fa parte di un’associazione e meno del 30% ha ruoli dirigenziali.

Il volontariato come specchio del paese, verrebbe da dire: in fondo, rispecchia quanto accade nel mondo del lavoro, dove le donne sono il 42% della forza lavoro e sappiamo con quale facilità accedono a ruoli dirigenziali. (Se poi guardiamo la politica, dati Openpolis di un paio di anni fa mostravano che l’80% della cariche dirigenziali erano maschili).

Evidentemente esistono ostacoli anche nel volontariato, sia per quanto riguarda la partecipazione attiva, sia per il coinvolgimento in ruoli apicali. Quali siano questi ostacoli, si sa: se le donne non dovessero dedicare tanto tempo alle cure familiari e alle attività domestiche, probabilmente lo scenario sarebbe radicalmente diverso.

C’è un altro dato che fa il paio con quest’ultima considerazione: quando le donne riescono a dedicarsi al volontariato, dedicano un impegno superiore agli uomini: 18,9 ore settimanali in media, contro le 15,4 degli uomini.

Poi c’è una questione culturale: se il 75% dei ruoli dirigenziali va a maschi, non è solo perché le donne non hanno il tempo di fare le presidenti. Se si guarda quali ruoli rivestono le donne che fanno, volontariato, sono una minoranza nei ruoli tecnici, intellettuali e specializzati, mentre prevalgono in ruoli impiegatizi (61%), nei servizi (56%) e altri ruoli non qualificati (52%).

Tutto questo non è giustificabile, ovviamente, esclusivamente in base alla propensione o al livello culturale delle volontarie (consideriamo anche che le donne che si laureano, attualmente, sono più degli uomini, con un divario crescente). A meno di non ritenere che a fare volontariato siano solo donne con scarse competenze e qualifiche, mentre quelle più preparate e istruite siano impegnate altrove. Comunque sia, un problema c’è.

Poi ci sono le eccezioni, per carità. Se è vero che anche in provincia di Rovigo circa il 75% dei presidenti sono uomini, come dimenticare che il Centro servizi volontariato ha avuto ben due presidenti donne, tra cui la “fondatrice” Lucia Cominato? E che altre donne si sono distinte nell’associazionismo locale e non solo. Ma sospetto che rimangano, appunto, eccezioni.

Ben venga, in ogni caso, che siano due donne (per di più giovani) a guidare due tra le maggiori associazioni della nostra provincia. Due ruoli conquistati, non assegnati per soddisfare una logica di quote rosa. Senza nulla togliere a bravissimi presidenti maschi, questo è un importante segnale di cambiamento (si spera) anche nel mondo del volontariato.

(Foto tratta dalla pagina Facebook del Gruppo Giovani Avis Provinciale) 

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