A ciò che scrive l’amico Nicola Cappello sulle palme incendiate in piazza Duomo a Milano, mi vengono da aggiungere alcune considerazioni.

Sorvoliamo sull’idea che dei dementi considerino delle piante una minaccia per l’identità italiana. Sorvoliamo pure sul fatto che di palme a Milano ce ne fossero già, ce ne siano da sempre nei giardini delle case, anche al nord, e in gran quantità anche in viali e piazze delle città, sempre più man mano che si scende verso il sud della penisola.

La questione delle palme è – tanto per cambiare – specchio del livello culturale del paese, oltre che di quello, bassissimo, degli incendiari e dei manifestanti di Casapound, scesi in piazza con slogan contro la “africanizzazione” del paese.

Ho preso da tempo l’abitudine di gettare un occhio alle etichette dei vestiti e degli alimenti. La maggior parte di ciò che indossiamo viene prodotto in laboratori nel Sudest asiatico, in Albania o in Turchia. Una buona parte di ciò che mangiamo viaggia a lungo prima di arrivare nelle nostre tavole: non solo la frutta fuori stagione (l’uva del Marocco, le arance del Sudafrica, le clementine spagnole) e quella esotica. Compriamo perlopiù pinoli che provengono dal Pakistan e ci ingozziamo gioiosamente di arachidi israeliane o americane. Il grano di cui sono fatti il pane e la pasta da quali paesi proviene?

Almeno tre quarti dei giocattoli di mia figlia sono fabbricati in Cina. Lo schiaccianoci che ho comprato al supermercato due settimane fa è fabbricato in Cina. I miei ultimi telefoni cellulari sono stati fabbricati in Corea del Sud o in Cina.

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Il viaggio del cobalto dal sud al nord del mondo

L’Italia non ha il know how e le fabbriche per produrre schiaccianoci, pinoli e vestiti? Ovviamente ce l’avrebbe. Ma costa meno produrre all’altro capo del mondo. In sé, non sarebbe un problema, se non fosse che: 1) trasportare le merci da un capo all’altro del mondo inquina; 2) produrre altrove costa meno perché in alcuni paesi è consentito sottopagare e sfruttare i lavori, oltre che devastare l’ambiente.

Le nostre macchine viaggiano con benzina pompata dai pozzi mediorientali o nigeriani. Ci riscaldiamo con gas del nord Africa o della Russia. I minerali che consentono ai nostri smartphone di funzionare vengono da miniere africane.

Le merci, a differenza degli esseri umani, viaggiano libere per il mondo da un bel pezzo. E questa circolazione crea grossi problemi agli esseri umani, anche in Italia. Problemi molto più grossi di quelli creati dalle migrazioni di popoli.

Di questi fenomeni, non certo di quattro povere palme, dovrebbero occuparsi quelli che berciano contro la “contaminazione delle nostre tradizioni”. Insomma, sarebbe stato più interessante chiedersi da dove viene il caffè di Starbucks (da chi viene prodotto e in che condizioni). O che conseguenze ha lo sbarco delle grandi catene sulla fisionomia e sull’economia dei centri storici.

Affrontare le questioni di cui sopra richiede un minimo di attenzione quotidiana, il tempo e la capacità di informarsi, più di una rinuncia e molti cambiamenti nel nostro stile di vita, oltre a una certa dose di onestà intellettuale.

Tutte qualità che mi pare manchino a chi scende in piazza solo per cavalcare la moda mediatica del momento. Perché il succo della questione è solo questo: gli slogan contro le palme funzionano molto meglio sui media.

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