La morte preferita

“Perché la gente si ostina a vivere nelle zone terremotate?” In questi giorni mi è capitato di leggere su Facebook pure questo dibattito. E’ un po’ la versione aggiornata del “Perché la gente ha costruito le case in cima al Vesuvio?”

Se è vero che il mondo non sentiva affatto bisogno di questo nuovo dibattito, specie perché la materia è trattata in genere con la superficialità e la saccenza che contraddistinguono le esternazioni su Facebook, è altrettanto vero che la domanda offre spunti su cui riflettere. La risposta potrebbe essere banale: perché chi vive in un paese, in quel paese lavora, ha famiglia e amici, e non solo le “radici”, che magari sono cosa superflua. Quindi si resta a vivere in un posto anche solo per ragioni pratiche.

In verità, alcuni fenomeni di autolesionismo sono più spettacolari di altri. Certo, quelli che abitano alle pendici del Vesuvio ci sembrano dei matti che si scavano la fossa da soli. Ma che dire delle nostre scelte più o meno quotidiane, meno spettacolari e altrettanto autolesioniste? Non serve nemmeno andare a guardare gli altri, d esempio quelli che costruiscono la casa nella golena di un fiume e poi piangono quando viene allagata.

Esempio: in un’assemblea del mio condominio è venuta fuori la questione della tettoia di amianto all’ultimo piano. Alla proposta di fare un’ispezione sullo stato dell’amianto, si sono levati sbuffi e proteste di vari condomini: se poi tocca rimuoverla, ci costerà un sacco di soldi. In fondo, è per lo stesso motivo che in Italia, non si costruiscono case antisismiche.

E che dire della nostra abitudine di utilizzare la macchina per percorrere due o tre chilometri, nonostante la nostra sia una delle zone più inquinate d’Europa, nonostante i continui sforamenti dei limiti alle emissioni di polveri sottili, nonostante tutto ciò sia fonte di tumori, infarti, malattie respiratorie, che hanno fatto finora molti più morti delle eruzioni vulcaniche? 

Alla fine scegliamo. Nel scegliere dove vivere e come viverci, scegliamo anche quali rischi vogliamo correre. Scegliamo di quale morte vogliamo morire. E spesso siamo molto più autolesionisti, nelle nostre scelte quotidiane, di chi sceglie di sfidare il terremoto o il vulcano, che in fondo sfida un rischio molto più remoto.

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