“Mamma, è qui che dobbiamo scendere?” Capto questa conversazione, mentre sto aspettando che il treno si fermi alla stazione per scaricarmi a casa dopo una dozzina di ore fuori casa. La mamma ha l’aria stanca. “E’ la prossima”, replica. Sono le sette di sera. Un’oretta e mezza prima, Bologna, stavo assistendo alla consegna dei premi “Teletopi 2016” ai migliori progetti di video storytelling in ambito profit e non profit. La mamma precisa ancora: “Una volta scendevo qua. Ma tu non eri ancora nata”. La bambina si accende: “E cosa facevi?” La mamma glissa. Mi piacerebbe ascoltare questa storia, ma devo scendere.

Storie e storytelling
Le storie, in fondo, sono un po’ dappertutto, dato che al centro di ogni storia c’è una persona. Ci attraggono e ci coinvolgono. Ce le raccontiamo da migliaia di anni. Le usiamo quando siamo piccoli per giocare. Ce le raccontiamo nel sonno e non solo, se è vero che si passa buona parte della nostra vita a sognare da svegli, ossia immersi con la testa in un altrove immaginato. Le storie, in fondo, sono il modo che il nostro cervello ha escogitato per mettere in ordine il caos di stimoli che riceve da quel “qualcosa” che c’è là fuori.

Le storie sono al centro dei “Teletopi”, il premio ai migliori progetti di video storytelling che è, per me, occasione di tornare a Bologna una volta l’anno (per di più nella mia ex facoltà universitaria) e conoscere una quindicina di progetti, spesso innovativi, in genere interessanti, con cui aziende, organizzazioni non profit o enti puntano a farsi conoscere, sensibilizzare rispetto ad un tema, raccogliere fondi.

I Teletopi 2016
Ad aprire, come sempre, Giampaolo Coletti, fondatore di Teletopi.it, con una carrellata inesauribile di dati, che descrivono lo scenario delle produzioni visive, di fronte ad un mutamento tanto rapido quanto profondo. Basti pensare all’aumento costante della fruizione di prodotti televisivi su smartphone e tablet, rispetto alla vecchia tv. Di conseguenza, cambiano i linguaggi. Tre gli elementi indispensabili per fare comunicazione oggi: ascoltare, saper dialogare, saper essere empatici come i bambini.

Le storie coinvolgono e le emozioni in questo giocano un ruolo chiave. Lo spiega bene Celia Guimares di Rainews, con una carrellata di eventi significativi degli ultimi mesi, dalle mobilitazioni in Marocco per la morte del venditore ambulante Mouchine Friki, al coinvolgimento emotivo scatenato dalla strage della squadra Chapecoense in Brasile, una reazione ancora più potente di quella alla morte di Senna, principalmente a causa dei nuovi media disponibili in questi anni, che danno sempre più voce alla gente comune.

Tutt’altro tipo di narrazione al centro dell’intervento di Elisabetta Tola di Google NewsLab, che da tempo porta in giro per l’Italia laboratori sull’utilizzo dei più comuni strumenti di Google nell’ambito di progetti di comunicazione. In questo caso sono le mappe di Google ad offrire un potente strumento per far conoscere e raccontare i luoghi, la loro storia, la loro evoluzione. O anche per rendere accessibili luoghi impossibili da visitare, come Fukushima, al centro del reportage 360° realizzato dal Paìs.

Le emozioni al centro 
Se una storia è fatta di pochi, semplici ingredienti da sempre (un eroe, qualcosa che manca e che va conquistato, le difficoltà lungo la strada), saper raccontare significa saper rappresentare emozioni e, dunque, suscitarle nel lettore. Quando leggiamo un libro o assistiamo ad un film, noi soffriamo e gioiamo con il protagonista.

Su questo potentissimo aspetto della narrazione torna Giovanna Cosenza, ricordando come le emozioni – in fondo comuni ad ogni essere umano, a qualsiasi latitudine – inducono all’azione. Come sa bene, del resto, chi si occupa di fundraising. Un’emozione positiva (la gioia) è meno virale e capace di mobilitare le persone, rispetto a emozioni negative come la rabbia o il disgusto (la tristezza raramente, benché – aggiungo io – possa spingere all’introspezione, spesso utilissima). E’ lapalissiano: siamo spinti ad agire da ciò che ci appare ingiusto e crudele, mossi a riportare una situazione esterna ad una condizione che ci faccia tornare a star bene.

Una buona storia è un “ottovolante emotivo”, che alterni tutte le emozioni, sballottando su e giù lo spettatore fino alla gioia finale (possibilmente).

Dove sentite le emozioni? Una ricerca del 2013 ha chiesto alle persone di disegnare una mappa del proprio corpo

La narrazione dell’attualità
L’intervento pomeridiano di Carmen Lasorella ripercorre i fatti salienti del 2016, attraverso immagini e storie chiave. Ma di fatto mostra anche come la stessa narrazione dei fatti sia, appunto, una narrazione. Così, per esempio, la percezione del fenomeno immigrazione in Italia è completamente sballata rispetto alla realtà, a causa di una narrazione che quotidianamente esagera i numeri, mette sotto i riflettori alcune forme di migrazioni rispetto ad altre, enfatizza gli aspetti problematici, crea nessi con fenomeni che impauriscono. Lo storytelling dell’immigrazione in Italia racconta gli sbarchi (ma la maggior parte dei migranti vengono da altri paesi europei), l’invasione (mentre i numeri sono di molto inferiori rispetto ad altri paesi europei e non solo), i problemi (statisticamente contenuti rispetto alla popolazione immigrata).

I premi
Il pomeriggio è una carrellata di progetti di videostorytelling, in lizza per i quattro premi, assegnati a società (brand storytelling), organizzazioni non profit, editoria e community. Meritatissimo, in questo campo, il nuovo riconoscimento agli ideatori di Rockin’1000, davvero il progetto più genuinamente collettivo in lizza, che già l’anno scorso aveva ottenuto un riconoscimento.

Per l’editoria, altrettanto meritato il progetto di Repubblica.it sulle paraolimpiadi, sostenuto dall’indiscutibile carisma dell’atleta Beatrice Vio. Per il non profit – dove c’era l’imbarazzo della scelta, a mio avviso – vince il bellissimo (e innovativo, quanto meno nel linguaggio) “H-maps”, ma se la sono giocata bene anche “Bulambuli Valley” di Communities for Development (carino e in certa misura originale) e Sofia Rocks (a cui ho dato la mia preferenza come pubblico, per l’idea di partenza del progetto). Ma, davvero, in questo caso i progetti erano tutti appassionanti e interessanti. Sarà che, quanto a muovere emozioni, chi si occupa di sociale dovrebbe avere una marcia in più. Per la categoria “Brand” vince il liutaio di Cremona (dove, sennò?), Valerio Ferron, ma il pubblico premia anche (giustamente) la buona trovata di Fatture in Cloud (“Amore e partite Iva”).

E tutto il resto
Ci sarebbero da raccontare i progetti “EniDay”, interessante ed educativa strategia narrativa di Eni, che mette al centro i suoi operatori (e non solo) e i paesi in cui opera, il progetto davvero pazzesco di Think Kattleya legato alla serie “Gomorra” (e giustamente premiato) e la simpatica menzione speciale assegnata allo Zecchino D’oro, per la capacità di rinnovare un format di vecchia data, aggiornandolo ai nuovi strumenti di comunicazione (una testimonianza davvero interessante). Lo sa qualunque genitore: a me, i cartoni dello Zecchino sul tablet hanno salvato più di una cena.

Cala il sipario
Alla fine, “Teletopi” è principalmente questo: sei ore che filano via alla velocità della luce. Un appuntamento formativo a cui faccio fatica a rinunciare. Che mette insieme la possibilità di ascoltare relatori di altissimo livello e testimonianze di altissimo livello, vedere cosa fanno i “grandi” della comunicazione, ma anche e soprattutto scoprire i “piccoli” e perfino i “piccolissimi” che riescono a raccontarsi e ad appassionare spesso con la forza delle idee, più che con la potenza del budget.

E poi è un modo per tornare a Bologna, dove ho studiato per molti anni e dove, ogni volta che capita, scopro che tornare ha un significato diverso, ultimamente terapeutico. Ma questa è la mia storia.

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