A proposito di Trump e della rabbia

Il dibattito sulla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali Usa mi provoca lo stesso effetto urticante delle chiacchiere che ci ammorbano all’indomani di qualche scontro di piazza particolarmente violento o delle condanne per il centesimo atto di terrorismo.

Cos’hanno in comune questi due eventi? La rabbia. Nel caso di Trump, se ne parla molto, di questa rabbia che ha animato un numero di cittadini americani sufficiente a eleggere il candidato “outsider” repubblicano. La differenza sostanziale è, ovviamente, che sfogare la rabbia con il voto è ritenuto socialmente accettabile, mentre lo è molto meno sfogarla sfasciando un bancomat o incendiando una camionetta dei Carabinieri.

La rabbia anima, in genere, anche chi compie atti di terrorismo. Ma la rabbia può anche spingere a compiere una “buona azione” per riparare ad un torto. La reazione ad un moto di rabbia può assumere molte forme, confermando comunque che le emozioni non sono una questione da relegare alla sfera individuale e privata, ma un fenomeno con profonde ricadute sulla società.

Una cosa da tenere presente sulla rabbia è che, in genere, non va di pari passo con l’intelligenza. Il voto a Trump delle fasce più disagiate, da un punto di vista razionale è per certi versi un capolavoro di idiozia. Così come il voto pro Brexit, animato in molti casi dalla rabbia per il “sistema” e dall’odio verso gli immigrati, non è un frutto di una decisione ponderata e acuta. Animati dalla rabbia, possiamo perfino compiere azioni che ci causeranno dei danni.

Ma la rabbia è così. E’, nel senso comune, cieca. All’arrabbiato importa poco di fare qualcosa di intelligente e costruttivo. Se le emozioni scatenano azioni, la rabbia scatena azioni raramente intelligenti, spesso e volentieri impulsive, in molti casi violente. In ogni caso, la rabbia può facilmente portare conseguenze disastrose. Tutti sanno che cos’ha causato l’ira di un tizio di nome Achille in una storia di qualche secolo fa.

La rabbia può scatenare guerre, animare rivolte, minare la stabilità dell’Unione Europea, sostenere candidati populisti e xenofobi. Tutte queste cose le sappiamo: basta conoscere la Storia per sommi capi. Ma noi ci siamo dimenticati perfino delle rivolte in Inghilterra del 2011 e delle sommosse nelle banlieue parigine, figuriamoci la storia del Novecento.

All’indomani di una sconfitta elettorale o di un attentato terroristico, cianciamo per un po’ della rabbia che muove le azioni. Magari biasimiamo i rabbiosi. Ma poi, di quella rabbia, non ci occupiamo, finché non riesplode. Un comportamento perfino più ottuso della violenza o del voto di protesta.

E quindi, no, le azioni rabbiose non sono in genere intelligenti, né da giustificare. Ma potrebbero essere lette per quello che sono: sintomi. Di qualcosa che, se ci sforzassimo di andare oltre la superficie, ci potrebbe tornare utile analizzare, cercare di comprendere e poi affrontare.

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