Domenica 25 settembre modero un breve dibattito all’interno della mostra “Migro nell’arte“, organizzata da Arcisolidarietà per raccontare un originale progetto: aiutare un gruppo di ragazze e ragazzi stranieri ad apprendere l’italiano attraverso laboratori creativi e teatrali.

L’originalità dell’intuizione è una delle ragioni per cui ho accettato di moderare un incontro, cosa che in genere faccio malvolentieri. L’altra ragione è che me l’hanno chiesto persone amiche, perciò non ho saputo dire di no. La terza è che, in fondo, su questo tema mi sono trovato a ragionare più volte negli ultimi dieci anni e mi faceva piacere tirare fuori dal cassetto alcuni pensieri.

Abbiamo voluto dedicare il dibattito all’arte, più che al tema delle migrazioni, perché volevo evitare discorsi triti e ritriti e centrare quello che è il vero cuore della proposta: pensare alla creatività come ad uno strumento che agisce sul mondo. Oltre al sottoscritto, ci saranno Patrizia Piccolo e Sarah Lanzoni, curatrici del progetto, Sara Milan, che parlerà dell’opera dell’artista Smiljana Polugic, Thomas Zogno, protagonista di un laboratorio musicale con persone disabili, e la testimonianza di Binta Colley, ballerina originaria del Gambia.

Due riflessioni sull’argomento, da cui partirò per introdurre gli interventi.

Innanzitutto, creare opere d’arte è un istinto naturale? I disegni di mia figlia, che ha tre anni e mezzo, lo confermerebbero. Ha iniziato a scarabocchiare cose prima ancora che a parlare.

L’istinto umano di creare con la fantasia, è accertato. L’uomo fa da sempre con il pensiero e con le parole, ma chiunque di noi ha in mente gli animali dipinti dagli uomini preistorici sulle pareti delle caverne. Immagino che i nostri lontanissimi antenati, così come dipingevano bisonti sulla roccia, si riunissero intorno al fuoco a raccontare storie e a suonare strumenti primitivi.

Diversi studi hanno indagato questa attitudine tutta umana a fantasticare, sia nel sonno, che durante la veglia. Pare che passiamo metà del tempo da svegli con la testa immersa in altri mondi, anche semplici rielaborazioni della vita quotidiana.

Possiamo leggere questa attitudine a produrre forme espressive da tanti punti di vista: raccontare, celebrare, coinvolgere, denunciare, sperimentare, esprimere la propria interiorità o descrivere il mondo esterno. In tutti questi trovo un comune denominatore: le arti sono uno strumento per conoscere.

Fantasticare ci aiuta, da bambini come da adulti, a sperimentare in sicurezza situazioni della vita quotidiana. Leggere un romanzo, osservare un quadro, ascoltare una canzone o andare al cinema sono, evidentemente, esperienze importanti per la nostra esperienza quotidiana. Ci sono due cose che vi capitano, a tutti, quando fate una di queste cose.

Prima cosa: finiamo altrove. Possiamo essere in piedi, seduti sul divano o sdraiati a letto, ma la nostra testa va nei luoghi descritti dal narratore. Questo vale di certo per un romanzo: pensiamo a quanti dettagli si formano nella nostra testa, leggendo una serie di parole messe in fila. Ma non va diversamente quando siamo coinvolti da un’opera d’arte visiva o musicale. Mi riesce facile l’esempio del fumetto: la maggior parte dei fumetti sono in bianco e nero, ma i colori, in qualche modo, ce li mette il nostro cervello. Ma anche lo stile pittorico più realista, in fondo, non è che una sintesi che noi completiamo con l’elaborazione.

Seconda cosa che capita: entriamo in sintonia con una serie di stati d’animo. Nelle opere di narrativa, di solito gioisci, ti incazzi e soffri con il protagonista di un romanzo, di un film o di un’opera teatrale. Questo aspetto è importante, perché le emozioni sono un mezzo per conoscere. In altre parole, per capire un’opera d’arte non bastano i sensi.

E’ grazie a questo potere di coinvolgimento, che l’arte e la creatività sono così spesso usate per raccontare, ma anche per denunciare. La rassegna sarebbe lunghissima e potrebbe andare indietro nel tempo. Parlando di pittura, sicuramente tra i più autorevoli mi viene in mente il ciclo dei disastri della guerra di Goya, in cui denuncia i crimini delle truppe francesi in Spagna. Penso ai mille usi della fotografia come strumento di denuncia. Ma anche della musica, con infiniti esempi di musicisti – anche mainstream – che hanno usato le canzoni per proporre qualcosa di più della canzoncina d’amore.

L’arte può essere anche, più semplicemente, un modo per esprimere qualcosa di altrettanto e forse anche più difficile: quello che abbiamo dentro. Raramente le parole sono in grado di esprimere ciò che abbiamo dentro. Come minimo, ci viene più facile farlo per iscritto, magari trasfigurando i nostri stati d’animo in una serie di situazioni narrative. E la canzoncina d’amore, probabilmente, nasce spesso così.

Le parole possono essere una barriera insormontabile. Una barriera che può essere dettata da tanti fattori: il nostro carattere, una barriera emotiva, difficoltà fisiche o psichiche, difficoltà legate alla lingua, la distanza culturale. Come fa a raccontarsi una persona che ha problemi di parola, che ha un problema cognitivo, che viene da un paese lontanissimo e diversissimo o, semplicemente, che è timida?

Ed ecco l’intuizione da cui nasce il progetto: perché non usare i linguaggi delle arti per provare a saltare questa barriera? E’ quello che provano a fare le esperienze che racconteremo stamattina.

Ci sono limiti che diamo per scontati, scolpiti nella roccia: la distanza culturale, la disabilità. La scoperta più bella, a mio avviso, è accorgersi ancora una volta che anche le diverse origini culturali o un limite fisico non sono barriere insormontabili, ma che nella maggior parte dei casi ci mancano semplicemente gli strumenti giusti per superarle.

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