All’inizio, sulla ridicola vicenda delle dichiarazioni sui matrimoni gay, espresse dal primo cittadino di Rovigo a Repubblica, avevo pensato che era meglio sorvolare. Perché, alla fine dei conti, non è altro che una vaccata del tipo a cui ci ha abituato un mondo dell’informazione sempre più scadente: elevare discorsi da bar allo status di notizia, che poi diventa “caso” e si autoalimenta per qualche giorno, finché non esaurisce il propellente polemico iniziale e si passa a parlare d’altro.

La vicenda è esattamente questo: chiacchiere e fregnacce da bar trasformate in una notizia che non c’è. Il sindaco ha proibito i matrimoni gay? No. Si celebreranno comunque, alla faccia delle sue opinioni. E può stare tranquillo: fuori da Palazzo Nodari non c’era la coda di coppie omosessuali, né eterosessuali, smaniose di essere sposate da lui. 

L’intervista a Repubblica è interessante da leggere giusto perché rivela la visione del mondo di un cittadino qualunque, democraticamente eletto a rappresentare la città, per il quale le relazioni affettive  tra le persone si risolvono in “quello che fa la gente in camera da letto” e il cui immaginario sull’argomento è popolato da archetipi da film porno, anche piuttosto logori (se mi si presentano in tre, se uno si vuole accoppiare col cavallo).

Per il resto sono solo chiacchiere, appunto, su cui ci sarebbe da stendere un velo pietoso, se non fosse che proprio in queste ore è uscita sui giornali la notizia dell’aggressione a un 24 enne di Rovigo, gay dichiarato e felice di esserlo come dovrebbe essere normale, inseguito e insultato per strada da un gruppo di stronzi. Le due cose ovviamente non sono direttamente collegate. Ma il primo cittadino di Rovigo potrebbe cogliere l’occasione per riflettere sul peso e sugli effetti delle parole che usa.

Parlare di omosessualità come un’aberrazione, riducendola ai rapporti sessuali, mescolando allusioni ai cavalli significa semplicemente contribuire ad un discorso pubblico sull’argomento squallido, volgare e omofobo, che alla fine produce i bulli stronzi che insultano un ragazzo per strada, se non di peggio. Il sindaco di Rovigo, ovviamente, sa benissimo qual’è il senso delle sue parole e che risultati producono.

E’ quello che in molti, per tornaconto elettorale, fanno non solo sulla pelle degli omosessuali, ma anche degli immigrati, dei rom, degli accattoni, ma anche delle donne e di tutte quelle categorie di esseri umani che fa comodo deridere, insultare, odiare e disprezzare.

Lo insegna la Storia, che inizia così: con gli insulti, con le etichette appiccicate alle categorie e con le accuse ripetute cento, duecento, mille volte, quanto basta per seminare il giusto tasso d’odio. Il passo dopo sono gli insulti per strada. Poi le violenze. E poi, sempre la Storia ce lo insegna, se la società è pronta può anche succedere di peggio. 

Questi sono quelli che ogni giorno, ogni ora, spendono le peggiori parole e falsità per dirci che gli immigrati, anzi i “clandestini”, sono perlopiù delinquenti oppure fannulloni mantenuti a spese nostre. Che i rom sono accattoni e ladri. Che i senzatetto creano degrado e vanno cacciati dalle nostre città. Che i gay facciano quello che vogliono, ma non sono normali.

Sanno benissimo che i loro insulti producono il clima fertile in cui maturano aggressioni omofobe, molotov contro i centri di accoglienza immigrati, assalti ai campi rom, pestaggi di clochard e violenze contro le donne. Ma non fanno nulla per cambiare registro. E’ di questo, non delle loro opinioni medievali, che in fondo dovrebbero davvero vergognarsi. 

Annunci