Il prezzo da pagare

Nel documentario di John Pilger “Paying the price”, qualche anno fa, il segretario di Stato americano Madeleine Albright sosteneva che, sì, oltre 500.000 bambini iracheni morti a causa delle sanzioni fossero un prezzo che “valeva la pena” di pagare.

La dichiarazione è famosa per il suo cinismo, oltre che per l’ottusità. Mi è venuta in mente leggendo, sempre più distrattamente, l’ennesimo dibattito sui morti dell’attentato di Bruxelles.

Si potrebbero fare mille ragionamenti, ma alla fine me ne viene solo uno: c’è sempre un prezzo da pagare per una scelta. Il fumatore accetta un prezzo: il rischio di ammalarsi di cancro. Chi dichiara le guerre accetta il prezzo delle vittime civili, “effetti collaterali”. Il prezzo non implica un giudizio, è un prezzo è basta. Un rapporto causa-effetto.

Consapevoli o no, tutti noi stiamo pagando il prezzo per il nostro stile di vita. Il surriscaldamento globale è una parte di questo prezzo. L’impoverimento di altri paesi, e dunque le migrazioni massicce, ne sono un’altra parte. E anche il terrorismo.

Ogni giorno accettiamo che per riempire il serbatoio la nostra automobile sia un prezzo equo devastare il Delta del Niger o fare affari con dittatori. Accettiamo che per produrre il nostro smartphone si paghi il prezzo della guerra per le risorse in Congo.

Accettiamo lo sfruttamento della manodopera nel Sudest asiatico come prezzo da pagare per avere abiti a basso costo. Accettiamo che per non avere immigrati tra le palle, migliaia di persone anneghino in mare sotto il nostro naso.

Accettiamo che alcuni (pochi) siano ricchissimi, alcuni come noi se la passino bene e un sacco di persone vivano nella miseria e nella violenza. Accettiamo di non fare nulla o, addirittura, di difendere i nostri privilegi.

Prendiamo atto, dunque, che il prezzo da pagare per il nostro menefreghismo è anche il terrorismo. Tutto qui. Il terrorismo non è buono, non ha ragioni valide e non è giustificabile. Semplicemente accade, per una serie di cause, che non sono nè buone, nè cattive.

In genere il prezzo delle nostre scelte lo pagano altrove: appena una decina di giorni fa, in Nigeria, i terroristi di Boko Haram hanno massacrato 25 persone. Non ce n’è fregato un cazzo. Non se n’è parlato da nessuna parte.

A volte capita da noi, dunque reagiamo. Blindare i confini e scatenare la repressione in città non servirà a niente. Ma probabilmente sarà l’unica strada che seguiremo. Porterà semplicemente altro terrorismo. Gli ultimi 15 anni di “guerre al terrorismo” lo hanno dimostrato. Vogliamo continuare così? Ok.

Non serve a nulla nemmeno la tiritera del “continuare a vivere la nostra vita”. Contiuiamo pure. Però chiediamoci anche: anche i 34 morti di Bruxelles sono un prezzo accettabile per la nostra cattiveria e il nostro menefreghismo?

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