A proposito di storytelling

Da alcuni anni sono convinto che il principale problema di comunicazione di chi opera nel sociale non sia tanto la scarsità di strumenti e risorse economiche, quanto la scarsa capacità di valorizzare il proprio, immenso patrimonio: le storie.

Oggi di “storytelling” parlano tutti, evidenziando come raccontare storie funzioni mille volte meglio che sciorinare numeri, fredde informazioni sui progetti realizzati, dissertazioni sui propri valori. Le storie funzionano perchè ci consentono di immedesimarci e riconoscerci nelle situazioni raccontate. E dunque funzionano benissimo per sensibilizzare, per raccogliere fondi o per coinvolgere i cittadini.

C’è un’altra ragione per cui le Associazioni dovrebbero imparare a raccontare le proprie storie. Perchè sono un antidoto alle brutte storie che appaiono sui giornali. Se sui giornali appaiono solo brutte storie è soprattutto perchè – di questo sono convinto – le Associazioni non riescono ad affermarsi come “fonti” al pari delle forze dell’ordine o delle istituzioni. Non riescono a portare ai giornali storie che colpiscano e lascino il segno.

La difficoltà si fa sempre più acuta, man mano che il giornalismo tende sempre più alla spettacolarizzazione e allo scandalo. Il problema è che, spesso, la normalità non fa notizia: l’immigrato che ruba finisce sul giornale, mentre l’immigrato che lavora e paga le tasse non se lo fila nessuno, lo sappiamo. Così la narrazione sull’immigrazione è una sequenza di reati, che ovviamente aiuta le tesi di quelli che sostengono, in totale spregio della logica e della matematica, che la quasi totalità degli immigrati sul suolo italiano sono delinquenti.

Immigrati e pregiudizi negli USA
Immigrati e pregiudizi negli USA

A quelli che dicono, sempre più spesso, “io razzista lo sono diventato” perchè, a sentire loro,  incarogniti da innumerevoli esperienze negative con cittadini stranieri, vorrei portare la storia di Giovanni (nome di mia fantasia), studente di una scuola di Rovigo che ho incontrato ad un incontro di feedback sull’esperienza di alternanza scuola/lavoro.

Giovanni ha fatto l’esperienza in un’associazione che accoglie i cosiddetti “profughi”. Proprio lui, che gli immigrati non poteva vederli. La sua restituzione mi è ovviamente rimasta impressa: “All’inizio non ero entusiasta di incontrare persone di culture diverse e avevo un sacco di pregiudizi“. Diciamola tutta: Giovanni ce l’aveva apertamente con gli stranieri. Eppure “l’esperienza con loro mi ha fatto cambiare idea, anche rispetto a molta disinformazione“. Ecco: esattamente il percorso inverso rispetto a quelli che “razzista mi fanno diventare”.

Impazza sui giornali l’episodio della ragazzi di Fratta Polesine molestata da uno straniero. Non pare vero ai soliti sciacalli xenofobi di avere un piccolo “fatto di Colonia” anche a livello locale, attorno a cui cercare consenso elettorale, imbastendo fiaccolate, ronde e invettive contro tutti gli immigrati, con la solita equazione che far entrare i “profughi” aumenta la criminalità.

Si potrebbe obiettare con mille argomentazioni razionali, validissime, ma anche qui, forse, varebbe il caso di imparare a raccontare storie diverse. Come quella di Marta (altro nome di fantasia), una studentessa che ha fatto un’esperienza in un’altra associazione che aiuta i richiedenti asilo. E che una sera, mentre tornava alla stazione, è stata circondata da quattro di questi ragazzi, ventenni, grandi e grossi. Per proteggerla.

Un signore, lungo la strada, l’aveva molestata dalla macchina e loro, sapendolo, le hanno fatto da scorta in stazione. Non è un gesto straordinario, anzi. E’ proprio questa normalità, però, che ci racconta la realtà. Peccato che spesso ci manchino le parole giuste per raccontare queste storie normali, che, assuefatti alla narrazione violenta e a tinte cupe proposta dai mass media, ci sembrano perfino vicende straordinarie.

 

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