“Le fotografie non sono argomentazioni dirette alla ragione; sono semplici dichiarazioni di fatto dirette alla vista. Ma proprio per questa semplicità ci possono essere d’aiuto”.

Oggi ricorre il compleanno di Virginia Woolf. Di cui sono tutt’altro che un seguace, lo preciso. A differenza di Francesca, la mia compagna di vita, sono affezionato alla Woolf per una sola opera, che ho usato a manbassa nella mia tesi di laurea: “Tre Ghinee”, da cui traggo l’incipit di questo articolo.

Dieci anni dopo la laurea, mi ritrovo a riprendere in mano gli stessi argomenti, leggendo di neuromarketing e di storytelling, di intensità delle emozioni ed engagement per ovvie ragioni di lavoro.

Ma la Woolf, magari con eccessivo ottimismo, mette insieme alcune riflessioni con un’efficacia e una capacità di sintesi che mi sembrano tuttora irraggiungibili, mentre discorre sull’opportunità di utilizzare immagini emotivamente forti, immagini di esseri umani vittime della guerra, per coinvolgere e mobilitare altri esseri umani contro l’orrore della guerra.Virginia Woolf

Ecco un illuminante citazione: “La figura umana, anche in fotografia, evoca altre e più complesse emozioni. Ci fa capire che non possiamo dissociarci da quell’immagine. Ci fa capire che non siamo spettatori passivi condannati all’ubbidienza, ma possiamo con i nostri pensieri e i nostri gesti modificare quell’immagine.
Ci unisce un interesse comune: è un unico mondo, un’unica vita. E’ indispensabile renderci conto dell’unità che cadaveri e macerie ci dimostrano. Cadaveri e macerie saranno il nostro destino se voi, nell’immensità delle vostre astrazioni pubbliche, dimenticherete l’immagine privata, e se noi, nell’intensità delle nostre emozioni private, dimenticheremo il mondo pubblico”.

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