Quando le buone intenzioni fanno danni

Stavo preparando per il sito del Centro un articolo su un bando di finanziamento, per progetti contro lo sfruttamento della prostituzione e gli abusi sulle donne. Al momento di inserire un’immagine nell’articolo, mi sono imbattuto in un vecchio problema: che foto usare?

E’ il grande rovello, ogni volta che devo corredare un articolo su un tema sociale con una foto. Prendi la povertà. Cercando immagini a tema su Google, si ottengono solo clichè. Il povero seduto per terra che chiede l’elemosina, il barbone, la vecchia che fruga nell’immondizia. Stereotipi triti e ritriti, che raccontano una forma di povertà molto estrema, ma che in alcuni contesti travisano il significato della parola.

E’ chiaro che le immagini, dovendo comunicare in sintesi un concetto, lo semplificano ricorrendo allo stereotipo. Funzionano, forse, anche perchè sono “spettacolari”. Ed è chiaro che gli stereotipi tendono a moltiplicarsi e rafforzarsi, proprio perchè sono chiari e comprensibili a colpo d’occhio. Il clochard è una delle prime immagini che ci vengono in mente pensando alla povertà. Il problema è che i principali dati sul fenomeno, da anni ci raccontano altro: la povertà racconta di famiglie in difficoltà, perdita di lavoro,  anziani soli, divorzi che producono miseria e altri fenomeni legati alla crisi e ai mutamenti sociali. Come tradurre questi dati, cioè la realtà della povertà oggi, in immagini significative e non stereotipate?

toyplanet1Ancora più pressanti sono gli interrogativi che mi pongo sul tema della rappresentazione della donna vittima di violenze. Anche qui, i clichè di Google Immagini mi restituiscono in genere un tipo di foto: la donna a terra sottomessa all’uomo in piedi (magari munito di cinghia o altro strumento di violenza; la donna messa al muro che si para il volto con le mani, soverchiata dall’ombra dell’uomo-orco che la sta menando; la donna che si china e protegge, mentre sta per ricevere l’ennesimo sganassone; la donna con la bocca tappata da una mano maschile; volti di donne tumefatti dalle botte. Questo per citare le immagini più diffuse e “banali”.

Ci sono anche cose più estreme, che dovrebbero essere di denuncia, ma che trovo al limite della pornografia. Il problema di queste immagini è che raccontano tutte la stessa storia: donne vittime, umiliate, sottomesse, contro uomini prepotenti, dominatori, sopraffattori. In altre parole, reiterano un clichè in cui le donne sono inferiori, gli uomini superiori. Che questo genere di comunicazione non faccia bene alle campagne contro gli abusi sulle donne, lo dice da tempo Giovanna Cosenza qui oppure qui, ad esempio.

Il paradosso, appunto, è che nell’intento di sensibilizzare contro la violenza, si mandano messaggi di violenza. Insomma, chi si occupa di questioni di genere dovrebbe riflettere non solo sulle immagini che offendono le donne (le pubblicità volgari, sessiste, che fanno della donna un oggetto, ecc.), ma pure su quelle che vorrebbero difenderne i diritti. Del resto, quanti danni si possono fare quando si è animati dalle migliori intenzioni.

Perchè, allora, non cercare immagini che raccontino il contrario? Cerco un po’ di banalità. “Proteggere” (il bando riguarda le donne vittime di tratta): trovo varie immagini stereotipate, ma meglio di niente. Il problema è che riguardano tutte i minori e le famiglie. Il mio regno per la trita immagine delle mani che accolgono, con una sagoma femminile di carta in mezzo. Non c’è: solo sagome di famiglie e bambini. “Difendere”: lasciamo stare. “Donne + dignità”: qui trovo un mix delle immagini-clichè e di tutto il repertorio militante contro la violenza sulle donne, ma niente di utile, nel senso di generico, di comunicativo, di efficace. “Tratta” o “prostituzione” mi restituiscono ovviamente la solita immagine della battona sul marciapiede, che rimanda più che altro alle questioni di ordine pubblico e “decoro” che tanto piacciono ai sindaci del Nordest. E, comunque, anche qui mi pare che siamo in pieno voyeurismo.

Mi arrendo sconfortato. Corredo il pezzo con una foto banale, la meno peggio che trovo (donna con mano protesa in avanti, espressione del volto battagliera, la scritta “no” sul palmo della mano). Poi lancio un “concorso di idee” su Facebook, luogo del cazzeggio per eccellenza. Sentite cosa propongono i miei “amici” Facebook sul tema “questioni di genere”: due buste paga a confronto;  le scarpe rosse; un fiore piegato; due occhi che spuntano fuori dal buio; un abito nero solo; una bambola gonfiabile sgonfia e rattoppata; un gruppo di donne che ridono; un manichino imbavagliato; la Santanchè.

L’ultimo rovello: che immagine metto per questo post? Non avendo ancora trovato la foto ideale, da appassionato di fantascienza ci metto Ellen Ripley, protagonista della saga di Alien, in cui si rifiuta ostinatamente di fare la vittima dei maschiacci alieni. (Fantascienza, appunto).

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