Life is just another window

facebook-friendship-relationship-problems-friends-sympathy-ecards-someecardsAd un recente corso sui social network, che mi vedeva in veste di docente, un mio non giovanissimo “studente” non si capacitava della giovane età di Facebook: 11 anni. Come molti altri, era assolutamente certo che il più popolare social network del mondo esistesse da molto più tempo.

Sono abbastanza vecchio da aver visto nascere e crescere Facebook. Ho aperto il mio primo account intorno al 2007 o 2008, dunque più o meno agli albori in Italia di quello che sarebbe divenuto un fenomeno da un miliardo di utenti. Ricordo le svariate ondate di rabbia degli utenti per i cambiamenti nella grafica e nelle funzionalità, ma soprattutto ricordo alcune mutazioni storiche. Ad esempio, la nascita delle pagine per le aziende, quando il nostro posto in cui chiacchierare è diventato l’ennesimo posto in cui tentare di venderci dei prodotti. La nascita delle pagine, oltre a dare uno spazio alle aziende interessate a colonizzare Facebook, ha ovviamente aperto un vaso di Pandora pieno di cazzate, cosicchè oggi su Facebook esistono dio-sa-quante pagine dedicate ad ogni sorta di argomento, perlopiù (appunto) idiozie.

Il passaggio storico che ricordo con maggiore sconforto è la nascita della funzione “mi piace”. Che non è sempre esistita. Prima dell’avvento del “like”, le persone parlavano. Se un amico pubblicava una bella foto, si faceva almeno lo sforzo di scrivere “bella”. I più intraprendenti mettevano assieme frasi di senso compiuto. Oggi si clicca “mi piace”. I commenti esistono ancora, ma la possibilità di cavarsela con un clic del mouse ha sfoltito di molto questo tipo di interazioni. Ho odiato il “like” da subito, accorgendomi di come mortificava le interazioni con gli altri “amici”. E lo detesto tuttora.

Si mette “mi piace” un po’ a tutto, tant’è che da tempo si parla dell’introduzione di una funzione “non mi piace”. Evidentemente non sono l’unico che si interroga quando vede dei “mi piace” apposti, ad esempio, a corredo della notizia di un’incidente o di una tragedia. l dubbio, però, è che finisca un po’ come su Youtube, dove la gara tra “mi piace” e “non mi piace” è di fatto un voto al video. Dopo aver passato anni a sentirci gratificati per il numero di “mi piace” ricevuti alla foto bella delle nostre vacanze, passeremo altri anni a mettere ai voti ciò che pubblichiamo su Facebook?

facebook-wall-friends-exclamation-birthday-ecards-someecardsIl “mi piace” l’ho detestato da subito perchè ha reso ancora più sciatte e superficiali le interazioni tra le persone sui social network. Facebook è stato a lungo uno strumento con cui comunicare con i miei amici, da cui mi aspetto normalmente qualcosa di più di un clic. Solo più di recente ho capito che Facebook non è un buon luogo per stare con gli amici.

Perchè Facebook è il regno della superficialità. Del “mi piace” buttato in fretta. Del “parteciperò” ad eventi a cui poi non si parteciperà realmente. Del “mi interessa” ad eventi di cui ci dimentichiamo un secondo dopo aver cliccato. Ho amici che si ostinano ad affermare che Facebook sia un luogo privato, mentre mi sembra del tutto evidente che Facebook è un palcoscenico, in cui in genere ci mettiamo in mostra, ci esibiamo in performance. Essendo un palcoscenico, è superficie. Ma ciò che facciamo sul palcoscenico interagisce con le nostre vite reali.

Di recente un gruppo di ragazzi del basso Polesine ha promosso su Facebook un evento goliardico: un capodanno alternativo ad un autogrill in provincia di Rovigo. Il centomilionesimo evento Facebook, come il capodanno nell’attico del cardinale Bertone, che non dovrebbe avere legami con la vita reale. Eppure, dopo che il numero di partecipanti all’evento ha iniziato a raggiungere le decine di migliaia, la Questura ha chiamato gli organizzatori, chiedendo loro di annullare tutto, perchè 40.000 persone in un autogrill la sera di San Silvestro avrebbero creato seri problemi di sicurezza. Gli organizzatori, dal canto loro, hanno precisato che non c’era nessun “evento” reale ed organizzato e hanno tirato dritto. La sera di San Silvestro, dei 40.000 “parteciperò” sono rimasti circa 40-50 partecipanti reali, che probabilmente non avrebbero nemmeno pensato di trascorrere un Capodanno al casello di Rovigo, se non fosse esploso il caso mediatico.

Agli albori di Facebook in Italia ricordo lo scivolone di una manifestazione antirazzista, promossa con l’entusiasmo dei neofiti sul social network, con migliaia di adesioni virtuali, trasformatesi nella realtà in poche centinaia di manifestanti reali. Io stesso ho esperienza diretta di eventi Facebook con decine di partecipanti virtuali e quattro gatti reali.

meme1Nella vita reale bidonare un appuntamento a cui abbiamo dato disponibilità è una gran cafoneria. Ma nel virtuale è tutta un’altra cosa. Ricordo una frase letta in uno dei libri che più hanno segnato la mia formazione universitaria, “La vita sullo schermo” dell’immensa Sherry Turkle: “Life is just another window”. La vita reale  è niente più che un’altra finestra. La nostra vita virtuale è fatta di finestre e noi passiamo da una finestra all’altra. Mentre cazzeggio su Facebook, chiacchiero via web con un amico, scambio messaggi con mia mamma, guardo vari siti, ascolto musica. Anche i miei rapporti interpersonali diventano “un’altra finestra”. Metto “like” sul contenuto pubblicato da un “amico”, ma non ci scambio nemmeno una parola per mesi. Sono così abituato ad essere superficiale, che dico che “parteciperò” ad un evento, cui poi tirerò pacco senza nemmeno scusarmi.

A ricordarci che la nostra vita virtuale è solo l’avatar della nostra vita reale, sono gli incidenti. Ad esempio, quando ci si becca una querela per ingiurie o per frasi razziste (tanto per dire quant’è privato il nostro spazio virtuale). Dunque, il poliziotto che chiama gli organizzatori di un evento Facebook, magari non avrà capito come funziona Facebook, ma ha la sua parte di ragione a temere che la stronzata pubblicata nel mondo virtuale esondi nel mondo reale. E’ come se nella nostra società alcune figure istituzionali avessero il compito di presidiare i confini tra il nostro cazzeggiare virtuale e la nostra esistenza reale. E di ricordarci, di tanto in tanto, che quei confini sono tutt’altro che corazzati.

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