“Scarafaggi”, un miracoloso insuccesso

Nell’ultima metà del 2015 ho realizzato, assieme ad un amico (che non ringrazierò mai abbastanza), un libercolo di vignette, intitolato “Scarafaggi“.

Fin da subito, la mia intenzione era di programmare una campagna di crowdfunding prima dell’uscita del libro. Non per ragioni economiche (stampare qualche centinaio di copie non ha un prezzo esorbitante), ma per valutare l’interesse reale attorno al progetto. La campagna, su Indiegogo, è durata un mesetto.

Abbiamo raccolto un terzo della cifra prevista. Per quanto si tratti di una cifra molto più alta rispetto alle mie previsioni, onestà intellettuale impone di ammettere che non è stato un successo. E’ stato, invece, un meraviglioso insuccesso da cui ho capito moltissime cose utili, anche su me stesso.

Potrei dare la colpa alla “gente”, come fanno certi amici militanti politici, ad ogni insuccesso della loro lista (“E’ colpa della gente che è stupida e non mi vota”). Facile. Oppure potrei fare autocritica e mettere in fila una serie di cose che potevo fare e non ho fatto:

1. Non ho sfruttato tutti gli strumenti di comunicazione che coinvolgo in queste occasioni. Ho sfruttato appena Facebook, pochissimo altri mezzi. Non ho coinvolto i colleghi della carta stampata, nonostante sarebbe bastato uno sforzo modesto;

2. Ho fatto pochissimi appelli personali e molti interventi anonimi;

3. Non ho fatto un video. E sì che in questo genere di campagne il video è un must. Significa metterci la faccia;

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La presentazione di “Scarafaggi” a CoopUp, in novembre

4. Mi sono esposto poco personalmente. E l’ho fatto intenzionalmente, per quieto vivere, non volendo che questo progetto interferisse con la mia vita professionale. Questo errore è alla radice di quasi tutti gli altri elencati qui;

5. Non ho minimamente celebrato, ad esempio, l’inizio della campagna. L’evento a CoopUp è arrivato a campagna quasi finita e ci sono stato tirato dentro. E anche lì: vogliamo dire che riempire una saletta da 20-30 persone è un successo?

6. Non abbiamo creato il “caso”. Potevamo e non l’abbiamo fatto;

7. Non mi sono speso più di tanto nemmeno nelle relazioni personali, coinvolgendo gli amici, i parenti e i conoscenti. Anche di questo conosco benissimo le ragioni e le spiego alla fine;

8. In altre parole, non ho fatto una campagna di comunicazione seria. E ne ero consapevole già durante la raccolta fondi.

9. Non ho speso il tempo che sarebbe stato necessario. Ho speso pochissimi ritagli di tempo incastrati tra altre cose, in modo disomogeneo e discontinuo.

10. “Eh, ma mica lo facciamo per lavoro”. E infatti. Questa esperienza mi ha confermato che fare fumetti, disegnarli, produrli è una cosa che si fa sul serio o non si fa. Ci sono professionisti che sputano sangue per fare questo mestiere. Occorrono tempo, fatica e qualche tallero. Altra lezione di vita: quando ci si butta in un progetto o ci si crede al 100% o è meglio lasciare perdere.

In altre parole: vuoi fare una campagna di crowdfunding di successo? Prendi le cose che non ho fatto, falle. Sarai a buon punto. Noi, comunque, si badi bene, ci siamo divertiti un sacco.

p.s. il libro è venuto bene. Ben lontano dall’essere perfetto, ci mancherebbe. Al momento abbiamo recuperato circa il 60% delle spese, solo con il crowdfunding e il passaparola

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