Alle origini di internet c’è, come spesso accade, un progetto in ambito militare, che negli anni  Sessanta mise in rete per la prima volta più computer negli Stati Uniti. Dato che erano gli anni della massima paranoia bellica e atomica, si capisce l’importanza di creare un sistema di scambio di dati tra più punti del paese.

Facebook è nato una decina di anni fa per mettere in collegamento gli ex compagni di studi. Bello e utile, in un paese come gli Stati Uniti, in cui le persone normalmente cambiano città per lavoro e perdono le vecchie reti di relazioni. Poi sappiamo cos’è diventato Facebook: come Google, uno strumento per impadronirsi di dati privati da utilizzare per fare profitto.

Facebook è regolato da un algoritmo, che recentemente è cambiato, e che serve a decidere quali contenuti hanno maggiore visibilità, nella galassia di roba che viene pubblicata. Il precedente algoritmo (EdgeRank) sostanzialmente soppesava i rapporti tra le persone, le interazioni che avvengono attorno a quel contenuto e il tempo trascorso dalla pubblicazione. L’attuale algoritmo valuta altri fattori, ma sostanzialmente dà peso sempre più alle interazioni.

Non mi risulta, invece, che gli algoritmi di Facebook misurino il tasso di cazzata di un contenuto. Dunque non è la macchina, ma il fattore umano a decidere che il contenuto più appetibile sul nostro social network preferito sono le cazzate. Ci piacciono tanto. Guardate la foto sottostante.

2015-12-19 18.09.41

L’ho scattata ieri in piazza Matteotti a Rovigo, dove un pacchiano Babbo Natale gonfiabile si era schiantato, faccia a terra, in un triste e nebbioso sabato pre-natalizio. A fianco (nella foto non si coglie), una giostrina tutta illuminata girava praticamente vuota. L’ho pubblicata su Facebook con il titolo “Christmas in Rovigo”.

Al momento in cui scrivo, questa foto ha ricevuto 87 “mi piace”, 25 commenti ed è stata condivisa almeno 11 volte. L’algoritmo di Facebook ha fatto il resto, evidentemente, ma è l’entusiasmo iniziale che ha portato al parossismo l’interesse per questa cazzata. Numeri del genere io li ricordo solo per il post in cui annunciavo la nascita di mia figlia.

La scorsa estate notavo, analogamente, come una foto delle mie vacanze avesse ottenuto svariati “mi piace”, mentre un post sulla giornata del “Porrajmos” (lo sterminio dei rom e sinti nei lager nazisti) non avesse prodotto nessuna interazione. Qualche anno fa mi sarei indignato, oggi ne prendo atto. Evidentemente, alla boa dei 35 anni, si diventa più cinici (dev’essere quella storia della corteccia frontale che si salda).

Facebook è sostanzialmente un moltiplicatore di cazzate. E’ vero, è possibile usarlo per varie cose serie. Ma ciò che funziona al meglio, su Facebook, sono le cazzate. Stupisce? Neanche un po’. Facebook è il nostro palcoscenico, su cui ci esibiamo. Anche quando pubblichiamo cose “serie”, ci esibiamo. Le cazzate, le frivolezze, le cose leggere su qualsiasi palcoscenico, funzionano meglio delle cose “serie”.

Significa che siamo così stupidi da aver trasformato un sistema di autodifesa delle nostre vite in mezzo di trasmissione di puttanate e bufale? Significa che abbiamo perso l’occasione di usare in modo intelligente una tecnologia disponibile a tutti? Significa che migliaia di anni di evoluzione tecnologica si sono infilati nel cul-de-sac della nostra vacuità?

Boh. Credo significhi semplicemente che, no, Facebook non è il posto più adatto per fare i “seri”, cioè per essere noiosi. Probabilmente significa che se le cazzate funzionano, la vera sfida è provare a usare il linguaggio delle cazzate per dire cose che riteniamo serie.

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