Giornalismo e agricoltura (reboot)

“Ci sono giornalisti che guadagnano meno degli immigrati che raccolgono i pomodori”. A partire da questa dichiarazione dell’allora segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, sei anni fa nacquero una serie di articoli, raccolti sul blog “Cronache precarie” dai giornalisti di Re:fusi, coordinamento dei precari del Veneto.

Nel frattempo, Re:Fusi ha fatto un bel po’ di strada, arrivando a eleggere propri rappresentanti all’interno dell’Ordine dei giornalisti del Veneto e mettendosi in rete con altre realtà a livello nazionale. Sono vago, perchè nel frattempo, su quella strada io mi sono fermato, per dedicare le mie attenzioni ad altro.

“Cronache precarie” è il classico blog nato sull’onda dell’entusiasmo e morto poco dopo. Tra i sei o sette contributi, c’è un articolo del sottoscritto, che mi era stato sollecitato per raccontare la mia esperienza giornalistica. Rileggendolo, da tempo mi era venuta voglia di riscriverlo e integrarlo.

Innanzitutto per dire che, nella querelle tra Bonanni ed Emilio Fede sugli stipendi dei giornalisti, nessuno (nemmeno io), ricordò di dire che ci sono, è vero, giornalisti che guadagnano meno di raccoglitori di pomodori in nero. Ma ci sono anche raccoglitori di pomodori che scrivono meglio di molti giornalisti. Questo perchè, almeno sulla stampa locale, scrivono un fottìo di incapaci malpagati e per nulla qualificati.

L’Ordine dei Giornalisti ha istituito, doverosamente, la formazione obbligatoria per i giornalisti. Ma anche questa opportunità di qualificare la professione si è rivelata una pagliacciata: tutti i “corsi” che ho frequentato erano convegni. Eccerto, sono gratis. L’alternativa, infatti, è pagare dai 50 euro di un corso on line fino a 300 euro di un corso professionale, in genere fuori città (quindi aggiungendo i costi di trasferta). La verità è che oggi servirebbero meno giornalisti, meglio retribuiti, più qualificati e dunque tenuti a essere seri professionisti.

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Ripartiamo dagli stipendi. Ho lavorato a frutta nelle estati 1998 e nel 1999, tra Costa di Rovigo e San Bellino, sperimentando solo blandamente le condizioni di lavoro del settore (che per gli immigrati, specie gli irregolari, sono mille volte più infami). Guadagnavo la mirabolante cifra di 7.900 lire all’ora, per otto ore al giorno.

Anni dopo questa fortunata esperienza nel primario, ho iniziato a collaborare per un quotidiano locale (La Voce di Rovigo), per la paga mirabolante di cinque euro a pezzo, tre euro se il pezzo era breve. Il primo stipendio, relativo a sette articoli, fu di 30 euro. Ricordo ancora il sollazzo della cassiera della banca quando andai ad incassare l’assegno.

Dopo qualche tempo mi fu fatto un “contrattino” da 120 euro al mese. Praticamente un quinto di quello che guadagnavo, lavorando in frutteto. Tempo dopo mi “licenziai”, per tutta una serie di ragioni. Con il senno di poi, rifarei entrambe le cose: lavoro e licenziamento. L’esperienza è stata comunque utile per iniziare a farsi le ossa ed è durata il tempo che doveva durare. Per essere chiari: nessun rancore. (Fino a qualche anno fa, mi raccontano, un celebre quotidiano rodigino faceva fare un periodo di prova di durata indefinita e gratis).

In seguito a questa esperienza, ho iniziato a scrivere per un mensile (La Città) che pagava 0,003 euro a battuta. Poi trovai lavoro al Corriere del Veneto, sempre con la qualifica di “collaboratore”, dove lavorai in modo continuativo fino alla fine del 2012. La paga era “da sogno”: dai 10 ai 25 euro lordi a seconda della lunghezza del pezzo.

Nota bene: i “collaboratori” coprono spesso interi settori della cronaca, ad esempio seguendo la cronaca bianca e addirittura la cronaca nera, con un impegno costante, quotidiano, dettato non dalla loro ispirazione e dalla loro disponibilità, ma dai tempi degli uffici stampa, degli avvenimenti e della redazione.

Lasciamo pure perdere considerazioni su quelle cose squallide e volgari chiamate rate condominiali, bollette e spesa settimanale. Facciamo invece un’altra considerazione: in tutte queste esperienze, un articolo ben scritto e un articolo di merda venivano pagati dall’editore allo stesso modo. Tot a battuta (cioè a lettera). Esattamente come il raccoglitore di pomodori o di frutta viene pagato un tot di euro (una miseria, in genere) per numero di casse riempite.

Per spiegare cosa intendo per “articolo di merda”, preciso che il computer, la connessione a internet, il telefono, l’automobile e ogni altra spesa erano a mio carico. Che non si viene pagati in base al tempo che si è speso per scrivere un articolo. In altre parole, che avrei preso 25 euro lordi sia che avessi ripassato un comunicato stampa, sia che avessi passato una giornata a telefonare a più persone, spostarmi con la macchina, fare ricerche in internet per approfondire alcuni elementi di contorno, eccetera. Con la differenza, che ai 25 euro dell’inchiesta, oltre alle trattenute, vanno tolte le spese vive (telefono, benzina, ecc.).

In altre parole, con questo geniale sistema, alla fine dei conti un articolo di qualità mi veniva pagato meno di un articolo di merda. Certo, si compensava con qualche favore dalla redazione, del tipo “Ripassami il comunicato in dieci minuti, così ti metto in conto un articolo in più”, ma alla fine il sistema rimaneva ridicolo e sfiancante, come racconta anche un mio collega nel suo blog.

Con il tempo, i colleghi del Corriere hanno ottenuto i rimborsi, ma a parte ciò, comunque, non ho visto enormi progressi. La logica di pagare in base al numero di battute o righe, è sopravvissuta. Uno degli effetti collaterali, è che molti precari integrano il misero reddito con altri lavori. Il che può creare problemi non solo di tempo, ma anche di “conflitti”: vale la pena fare il giornalista spaccapalle, rischiando di rompere le palle a qualcuno che in futuro potrebbe offrirti un lavoro?

Un’ultima considerazione, del tutto personale: ho lasciato perdere il giornalismo soprattutto perchè non vedevo nessuna prospettiva di crescita. A me terrorizza l’idea di fare per 20, 30, 40 anni la stessa roba. Di trovarmi, a cinquant’anni, a fare il “giretto” in Provincia. Ma più in generale, mi sono chiesto: ha senso sprecare anni di lavoro (malpagato, e amen) in una professione squalificata, in cui non c’è nessuna formazione e aggiornamento professionale? In altre parole, finita l’esperienza di giornalista, cosa puoi fare, se non il giornalista? E in tempi di crisi e cambiamento, invece di spedire i giornalisti a seguire pagliacciate per acquisire crediti, si dovrebbe investire sulla formazione per consentire l’accesso dei giornalisti a nuove opportunità e la nascita di nuove professioni legate alla comunicazione.

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