“1 visit from a mariachi band”. “4 professional skateboarders who rolled through the office”. “8 murals in our new office”.
Abituato alle letali rassegne di performance numeriche dei cosiddetti “bilanci sociali”, sono rimasto spiazzato dal report annuale di Mailchimp, il servizio di mailing gratuito che da qualche anno uso per le newsletter della mia associazione.
Di Mailchimp ho sempre adorato la cornice cazzara e allegra. Il loro report annuale mantiene lo stesso stile. Il primo dato presentato è, appunto, una visita da una band mariachi, che per l’occasione interpreta il tema principale della colonna sonora di “Star Wars”.
Nel report non mancano le informazioni “serie”: per citarne alcune pescate letteralmente a caso, 500 nuovi server, 637.202 A/B test svolti, 3.469.517 nuovi utenti. Sono le informazioni sulle performance, che comunicano i successi dell’anno, ma che non accendono il mio interesse.
mailchimp-logoMolto più acuto, invece, raccontarsi con questi parametri: 12 lingue parlate dal nostro team (dall’inglese al bulgaro, dal giapponese allo spagnolo, ci racconta di un team internazionale). Ancora: 201 nuovi dipendenti assunti. Significa che tutto fila bene e che l’azienda dà lavoro. Ma il report aggiunge un sottotitolo caldissimo: “E Shauna li ha accolti tutti” (e Shauna la vediamo anche in foto). Raccontarsi in modo caldo significa anche rendicontarci le 2.564 “pounds” di carta e plastica che hanno evitato di finire in discarica (grazie all’acquisto di bicchieri di vetro).
Il report saltella così, da un dato all’altro, raccontandoci non solo i dati numerici, ma anche i risultati veri dell’azienda che cresce, ma soprattutto quanto viene usato Mailchimp nel mondo (ben 2.605.260 emoji usati nelle subject lines, tra cui 475 a forma di cacca).
Bello graficamente, oltre che allegro, mi pare un valido esempio di come fare un report di fine anno. Sicuramente è nelle mie corde. Il “calore umano”, ma anche l’ironia e la leggerezza, per me, sono fondamentali.
Adoro, ovviamente, diversi gruppi musicali, ma quello che da sempre incarna il mio ideale di band sono gli Hatfield and the North, gruppo che negli anni Settanta mescolò prog, psichedelia e il peculiare Canterbury style, presentandosi sempre con abbondante ironia. Evito di dilungarmi in aneddoti.
Lo cito solo per ribadire che, nella mia peculiare visione del mondo, l’ironia non è un modo per mandare in vacca un discorso serio, ma uno strumento di comunicazione. La uso spesso quando conduco seminari e incontri. La uso sempre a scuola, dove i ragazzi si sentono dire fin troppo spesso che il volontariato è una cosa da prendere sul serio. L’ironia, alla fine dei conti, riporta l’attenzione sulla cosa più interessante che abbiamo da raccontare, che non è la nostra tecnica o i nostri risultati, ma il nostro appartenere all’interessantissimo genere umano.

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