“Socialmente utile” è roba da sfigati

titolo voce.pngParto con un aneddoto con cui mi piace rompere il ghiaccio quando mi invitano a parlare di “comunicazione e volontariato”.
Qualche anno fa, un gruppo di studenti fu obbligato dalla scuola a fare lavori per la collettività, come risarcimento per aver fatto a pezzi un crocefisso e messo il video su Youtube. Il Resto del Carlino uscì con un titolo a tutta prima pagina: “La pena: facciano volontariato”.

Il messaggio è: il volontariato è una pena, una roba talmente brutta che merita di essere inflitta come punizione. (In Italia si stimano oltre 6,5 milioni di masochisti che fanno volontariato).

Oppure questo titolo della Voce di Rovigo di un anno fa: “I profughi? A lavorare”. La notizia: il sindaco di Porto Viro voleva coinvolgere i profughi ospiti nel suo comune in attività socialmente utili, ad esempio lo sfalcio del verde o piccole manutenzioni in città. Il titolo, si sa, deve riassumere. Però qui rivela una visione del mondo. “Quei fannulloni dei profughi vadano a lavorare”. A lavorare come e dove? “Gratis”. Anzi: “usiamoli”. Come si fa con la servitù.

Ancora una volta, ciò che è “socialmente utile” diventa qualcosa da rifilare agli sfigati,ai fannulloni o – come punizione – ai delinquenti. Niente di nuovo sotto il sole. I giornali tendenzialmente danno questa rappresentazione del volontariato: attività per chi ha un sacco di tempo da perdere, tappabuchi dei servizi pubblici, lavoro gratuito con i soggetti più sfigati della società  oppure missione religiosa per persone dal cuore d’oro.

disegni berlusconi cesano boscone.jpg

Figuriamoci i lavori socialmente utili per chi viene condannato. Per mesi ho dovuto leggere, sconcertato, la narrazione sull’attività di volontariato riparativo di Berlusconi alla casa di riposo di Cesano Boscone, descritta come un’umiliazione: occuparsi dei vecchi è il minimo che merita un frodatore fiscale. Il volontariato con gli anziani, nelle vignette di Stefano Disegni sul Fatto Quotidiano, è pulire il culo ai vecchi.

Nulla di sconvolgente. E’ una visione che è sentire comune, con cui mi confronto spesso. Semmai c’è da notare una cosa: a furia di adeguarsi al sentire comune, oggi la maggior parte dei giornali sembra scritta da quelli che li leggono e commentano al bar.

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