Per rabbia e con gioia

Mi sono laureato nel 2006 con una tesi in Sociologia delle Emozioni. Nel mezzo, ho lavorato per un decennio (e lavoro tuttora) nel mondo del volontariato. Non ho mai amato in modo viscerale il marketing, anche se mi affascina la connessione tra marketing ed emozioni.

Lavorando nel “sociale” in un ambito locale, anzi provinciale (con tutte le sfumature che questo termine implica), mi trovo spesso a confrontare i messaggi che la maggior parte delle piccole associazioni lanciano al resto del mondo. Li confronto con quelli, eccellenti, di alcune grandi associazioni che investono cifre considerevoli nella promozione. E mi rendo conto che, prima ancora che un gap in termini economici, c’è un gap in termini culturali.

Non si riesce a raccontare il volontariato locale. Non è facile, perchè le associazioni comunicano in genere poco e male. E il “sentire comune” espresso sulla stampa locale (e non solo) fa il resto.

1446459190_inside-outProssimamente dovrò raccontare cos’è il volontariato a dei ragazzini delle scuole medie. L’anno scorso avevo proposto loro un ragionamento molto asciutto sul volontariato come risorsa per sè stessi: aiuta a imparare cose, a fare amicizia, ecc.

Questa volta ho pensato di partire da un altro punto di vista. Leggo spesso, con raccapriccio, titoli di giornale che, nel tentativo di elogiare il volontario di turno, parlano di “cuore d’oro” o “grande cuore”. Vorrei, invece, partire dalla considerazione che il “cuore” dei volontari non è nè più grande, nè più piccolo, nè più dorato di altri cuori.

Nel “cuore” dei volontari ci sono le stesse emozioni del mio edicolante, dell’amministratore di condominio o dei ragazzini che mi ascoltano a scuola. E queste emozioni, in genere, le associazioni non le raccontano. Anzi, ti raccontano la gioia di aiutare qualcuno, di donare, di fare del bene e via di formule retoriche.

Ma non ti raccontano la rabbia, la tristezza, il disgusto, la paura. Le emozioni, anche e soprattutto quelle negative, non sono confinate nell’individuo, ma esercitano una potente spinta verso l’esterno: attivano gli individui. Li spingono ad agire. E spesso li spingono ad unirsi ad altre persone, reagire collettivamente.

Mi piacerebbe raccontare il volontariato come si racconta una buona storia, in cui c’è la tristezza per qualcosa che è andato storto, che si trasforma in rabbia per un’ingiustizia, la voglia di fare qualcosa e la paura di non farcela, per finire con la gioia di aver risolto anche solo un piccolo problema. Insomma, che si fa volontariato per tante emozioni, più che per tante ragioni: e che la tristezza e la rabbia non sono stati d’animo negativi da reprimere, ma fonti da cui trarre l’energia per cambiare le cose.

p.s. la scintilla per questi pensieri mi è arrivata ascoltando un ottimo intervento di Giovanna Cosenza ai Teletopi 2015. Le ho rubato anche l’idea di usare “Inside Out” come immagine-spunto.

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